I baffi di E. Carrere

Me lo regalò una mia amica questo libro, tantissimi anni fa. “ Leggilo “, mi disse, “ è un libro pazzesco ! “. L’edizione era quella dei tascabili Bompiani del 1990. In copertina il dipinto “ Le Pèlerin, di Renè Magritte. Lo lessi tutto d’un fiato, così come tutto d’un fiato, di getto, fu in realtà scritto. Carrère lo scrisse tra il 22 aprile e il 27 maggio del 1985, tra Biarritz e Parigi. Recentemente la casa editrice Adelphi ha deciso di pubblicarlo con una nuova traduzione e , ovviamente, con una nuova copertina ( “ Out of sight, out of mind “, fotografia dell’artista giapponese Kensuke Koike ). Così ho deciso di rileggerlo per la seconda volta e, nuovamente, sono stata folgorata da questo romanzo, da questo vertiginoso incubo alla Hitchcock.

Inizia così il libro, con una frase semplice e apparentemente innocua:
“ Che ne diresti se mi tagliassi i baffi ? ” Interno appartamento, di un giorno qualsiasi, a Parigi. E’ il marito che lo chiede alla moglie, mentre lei, seduta sul divano, sfoglia una rivista. Non c’è niente di allarmante, tutto tranquillo dentro la calma apparente. C’è solo una risata leggera a sollevare l’orlo di questa amabile tranquillità, e sottilmente la incrina, per creare quell’invisibile varco al dubbio che , subito dopo , avanzerà da lì, per conquistarsi il suo ruolo da protagonista. Un uomo dunque con i baffi, che se li cura con molta precisione e attenzione da sempre, quasi un momento di meditazione zen quello che riserva alla rasatura quotidiana della barba e alla cura dei suoi baffi, ecco, proprio quest’uomo , decide un giorno , all’improvviso e quasi per gioco, di tagliarseli. E’ sposato da cinque anni con Agnès, e lei lo ha sempre visto con i baffi, mai senza, da quando si conoscono, e lui li porta da ben oltre dieci anni.

Che sarà mai tagliarsi i baffi… Sembra un gioco quasi privo di rischi, al quale è facile porre rimedio in poco tempo. Eppure! Così lui si decide a dare inizio a questo gioco, un po’ incuriosito, un po’ impaurito, si lascia prendere la mano, e via, a piccoli ciuffi, sforbiciando, e poi, con sempre più precisione, con il rasoio, arriva fino alla pelle. A quel rettangolo di pelle, dove poco prima c’erano i suoi bellissimi baffi, che gli appare immediatamente di uno sgradevole pallore rispetto al resto del suo viso abbronzato. Questo piccolo, insignificante rettangolo diviene il luogo di ricerca disperata di sé, di una verità che sembra sfuggirgli di continuo, ingannarlo, deriderlo, metterlo a dura prova, sì, perché nessuno si ricorderà che lui , fino a poco tempo prima, aveva, portava i baffi. Nessuno si accorgerà del cambiamento, anzi, tutti concorderanno sul fatto che lui non abbia mai avuto i baffi. E sarà proprio la moglie a sostenerlo per prima. Sconvolgente è scoprire che nessuno abbia mai fatto caso ad un dettaglio così evidente. Ma perché?

Sarà un gioco architettato dalla moglie insieme ai suoi migliori amici per deriderlo, sarà un complotto, l’inizio di una delirante follia o il segno evidente di un esaurimento nervoso? Perché , nessuno, nemmeno con prove evidenti, vuole più affermare l’esistenza di quei suoi ex- baffi. Lui i baffi, per tutti, non li ha MAI avuti. Cresce così, lentamente un’angoscia silenziosa, rabbiosa, su questo dettaglio ridicolo e quasi insignificante. Eppure l’attenzione è tutta concentrata su quel dettaglio, l’amore si muove lungo quel perimetro rettangolare, si muove pericolosamente lungo i suoi bordi scivolosi, costringendo il nostro giovane architetto a non fare passi falsi, a mantenersi in equilibrio, nonostante l’evidenza di un pericolo crescente, di qualcosa che potrebbe travolgerlo all’improvviso, e condurlo in luoghi oscuri e poco conosciuti, sospingendo il gioco fino alle sue estreme, insondabili, pericolose conseguenze. “…sapevano che non dovevano smettere di fare l’amore, di toccarsi, altrimenti non avrebbero più potuto credersi e nemmeno parlarne. L’indomani mattina, se si fossero separati, tutto rischiava di ricominciare, non poteva che ricominciare. “

Sarà lei ad essere la colpevole? La sua fragilità, le giunture sottili, la sua mente sottile, sottile anche il confine tra la sua vivacità di spirito e l’insensatezza che sembrava divorarla. Certo, lui l’avrebbe strappata dai suoi demoni e riportata in salvo, a riva, con tutte le sue forze perché l’amava, lui l’amava moltissimo. La realtà sembra sfuggire, liquefarsi, le prove possibili della colpevolezza di lei, sembrano però non trovare mai una conferma, mai una reale prova alla quale inchiodarla. Forse allora in pericolo è lui, e non lei. Forse il problema è lui, è dentro di lui, tutto forse è unicamente nella sua mente. Forse è soltanto il sogno di un incubo. O forse è veramente un incubo, e la realtà ha iniziato a sgretolarsi, a mostrare il suo lato incongruo. Per quanto si ritenga di conoscere a fondo una persona, ci sono sempre degli spazi vuoti, dei salti nel buio, delle zone impenetrabili e misteriose. Ma le stesse zone impenetrabili si trovano abbondantemente anche dentro ognuno di noi, forse lui è davvero giunto in uno di quei vicoli ciechi dentro se stesso, da cui non è più in grado di uscire da solo. La realtà da lì gli appare distorta, i volti assumono tratti beffardi, simulano tacite complicità, desideri di annientamento. Raffinate e strategiche macchinazioni, elaborate al solo scopo di distruggerlo. Tutto è minaccioso e ostile, visto dalla distorsione di un incubo, dalla sospensione della routine quotidiana.

Forse allora un luogo dove poter ricominciare, per lasciarsi tutto dietro le spalle. Forse la città di Hong Kong, con le sua doppia sponda, e la traversata perpetua da riva a riva, abbandonandosi a quel cullare quotidiano del moto di un traghetto? Propio lì, dove nessuno è al corrente della storia dei suoi baffi e dove nessuno sembra davvero interessarsi a lui, alla storia della sua vita. Lì, dove non esistono la necessità e l’urgenza di dare o ricevere spiegazioni, dove il dubbio perde la sua arrogante potenzialità. O forse no. Non sarà, non potrà essere così, non basterà ormai più far ricrescere i baffi in terra straniera, e cancellare così tutto quel brutto periodo dall’inizio di quel beffardo, rivelatore gioco . L’incubo potrebbe tornare nuovamente a riflettersi , questa volta magari in una luce acquatica, scura e riposante, prima di striarsi di rosso, dietro quelle palpebre chiuse e contratte per il dolore, nella completa solitudine di un possibile gesto di rivendicazione di sé, di definizione di se stesso, fuori dall’altrui sguardo, dall’altrui opinione, sentenza, delimitazione.,O forse solo un grido, l’ultimo grande, disperato grido , nel mondo degli assenti.

Direi un romanzo perfetto. Eseguito alla perfezione. Bravo, davvero bravo qui, in questo libro, Emmanuel Carrère ! Impeccabile nell’esecuzione, forse se ne dovrebbe ricordare sempre di che cosa è stato capace di scrivere.

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