Ci sono due domande centrali e fondamentali nel libro dello scrittore indiano Amitav Ghosh “ La grande cecità “, domande alle quali dovremmo assolutamente imparare a rispondere, se non come scrittori, almeno come lettori.
“ …che cosa nel cambiamento climatico fa sì che il solo menzionarlo comporti l’esclusione dai ranghi della letteratura seria? E questo che cosa ci dice della cultura nel suo insieme e delle modalità con cui elude il problema ? “
Lascio – almeno per il momento – queste domande senza risposta. In realtà, il mio procedere in letteratura da un pò di tempo sta cercando possibili direzioni per tentare di chiarirmi cosa si intenda in questo preciso momento storico per letteratura, cosa comprenda, o cosa dovrebbe comprendere o escludere, nel caso qualcosa debba ora escludere. Le risposte che prova a dare Ghosh sono assolutamente esaustive e condivisibili, tanto che io considero – il suo – , un libro di importanza fondamentale, da far leggere nelle scuole superiori, un libro su cui aprire discussioni e far riflettere le nuove generazioni, che magari saranno molto migliori di noi, sia come lettori sia come abitanti di questo pianeta in estrema sofferenza. “ La grande cecità “, è stato scritto nel 2016, ed in questo breve arco di tempo, le cose sono un pò cambiate, come afferma Ghosh “ l’era del surriscaldamento globale sfida sia l’immaginazione letteraria sia il buonsenso contemporaneo “. Alcuni scrittori hanno infatti raccolto la sfida, e riammesso nel contesto letterario “ il perturbante “, che non è qualcosa di legato al sovrannaturale come lo si intendeva un tempo e di cui si narrava, ma piuttosto è qualcosa che si riferisce a tutto l’ambiente che ci circonda, e soprattutto al cambiamento climatico innescato principalmente da azioni meramente umane. In questa direzione già da diverso tempo sta andando la scrittura di Richard Powers, uno dei miei scrittori preferiti, insieme a Don DeLillo, e Cormac McCarthy. Dopo aver letto “ Il sussurro del mondo “, confesso che avevo un pò di timore a leggere questo: era stata una lettura così intensa, così magnifica, perfetta, che ho temuto di restar delusa da “ Smarrimento “. Eppure, non dovrei neppure più meravigliarmi, vista la serietà con la quale l’autore affronta ogni suo libro, la documentazione esatta e precisa, lo studio costante. “ Bewilderment “ è il titolo in lingua originale, e la sua traduzione italiana “ Smarrimento “ ci porta direttamente nel cuore del problema, non saprei davvero trovare definizione migliore per tentare di descrivere questa nostra umana condizione in questo preciso momento storico : Smarrimento. Condizione che Richard Powers ha cercato di risolvere trasferendosi nelle Great Smoky Mountains, nel Tennessee. In una recente intervista ha raccontato: “ Ora nel mio cortile ho mezzo milione di acri di natura selvaggia, con un numero di specie di alberi maggiore rispetto a quelli presenti in tutta Europa, dal Portogallo agli Stati Baltici. Posso camminare ore e ore e non incontrare mai un altro mammifero bipede. Credo sia l’evoluzione più felice dei miei 34 anni di carriera di scrittore . “ Condivido la sua scelta e , se potessi permettermelo, seguirei subito il suo esempio.
La prima frase che mi ha colpito in questo romanzo, che ne rappresenta anche il centro vitale e propulsore , è stata questa :
“ Assistendo all’insuccesso della medicina con mio figlio, sviluppai una teoria sballata : la vita è una cosa che dobbiamo smettere di correggere. Il mio fanciullo era un universo tascabile che non avrei mai potuto sperare di riuscire a capire. Tutti noi siamo un esperimento, e non sappiamo nemmeno cosa l’esperimento stia esaminando. “
Theodore Byrne, voce narrante e padre di questo “ triste e strano bambino “ di nove anni, è un astrobiologo, cerca e studia le possibilità di vita su altri pianeti, il cosmo è la sua passione più grande, ovviamente dopo il proprio figlio che tenta in ogni modo di rendere felice. La moglie – Alyssa – è morta da due anni in un incidente stradale, ed era un avvocato ma soprattutto un’ attivista ambientale molto convinta. Robin, il loro figlio, ha seri problemi comportamentali, forse affetto da Sindrome di Asperger, o qualcosa di simile, molto complicato per lui instaurare relazioni con i propri compagni di scuola, ma difficile quasi ogni tipo di relazione. Ama disegnare macchinari, edifici, ma soprattutto animali, in ogni minimo dettaglio, e soprattutto quelli scomparsi o in via di estinzione. Ha una memoria portentosa, ma solo per quello che davvero lo interessa, solo una cura farmacologica potrebbe essere di qualche aiuto, ma il padre si rifiuta categoricamente, e si assume un carico di responsabilità enorme, perché il figlio è spesso ingestibile e sempre imprevedibile nelle sue reazioni. Li unisce la passione per il cosmo, per l’invenzione di possibili mondi oltre il nostro che riempiono le loro serate insieme, i racconti minuziosi e bellissimi del padre su diverse forme di vita che potrebbero esistere e manifestarsi su altri pianeti, ma li unisce soprattutto l’amore sconfinato per la natura, che era anche la grande passione di Alyssa. Lei amava così tanto i pettirossi che la scelta per il nome del figlio fu ovvia conseguenza : “ Robin “, un pò fanciullo, un po’ un essere completamente libero da qualsiasi schema in cui incasellarlo o contenerlo, come questo piccolissimo esemplare di uccello, dal piumaggio spesso marrone o rosso-arancione e dal candido bianco ventre. Gli assomiglia Robin a questo piccolo volatile, coraggioso e aggressivo quando necessario, ossessionato dalla verità, a disagio in un mondo sull’orlo del collasso o, in verità, già da tempo collassato. Una purezza di intenti e di visioni di vita che mal si conciliano con un mondo allo sbaraglio, dove l’ordine di ogni cosa è stato sovvertito. Il suo animale preferito è il nudibranchio, e sul suo taccuino annota tutte le specie che lo incuriosiscono per poi studiarle approfonditamente. Ma è un bambino che non riesce a creare e sostenere legami, non riesce a mantenere la calma, ha reazioni spropositate , non sa contenere la rabbia, niente sembra poterlo davvero aiutare per riuscire a farlo star meglio. Finalmente sembra aprirsi una possibilità con una terapia sperimentale, ideata da un neuroscienziato, conoscente del padre, una terapia rivoluzionaria, grazie alla quale Robin riesce ad entrare in contatto con i pensieri, con l’emotività della madre, la cui mente era già stata sottoposta a questa terapia di neurofeedback decodificato e ne era rimasta traccia. A lui non resta che riuscire a ricalcare gli stati emotivi della mamma, avvicinare i suoi pensieri, per trovare così il modo di poter controllare le su emozioni che gli consentirebbero anche di colmare l’assenza imparando a gestire quell’immenso dolore che prova e in cui costantemente è immerso. Erediterà “ attraverso “ lei, anche l’amore sconfinato per l’ambiente, di cui si farà attivo e convinto portavoce. La sentirà vivere e pensare in lui. Sembra finalmente esserci una tregua, la possibilità di una vita più “ normale “, grazie al contatto costante e protettivo con la memoria emotiva di Alyssa, che riuscirà ad avvicinare con l’ esercizio costante della concentrazione, con un training quotidiano. Diventerà anche lui un attivista convinto, come Greta Thunberg, il cui riferimento non è poi così sotto traccia nel libro. Ma durerà questa tregua per lui ? Oppure il sistema è ormai talmente compromesso che i finanziamenti per cure sperimentali non potranno più rientrare nelle priorità governative? La fotografia del nostro mondo e di quello americano, del qui e adesso , che fa Powers , è giustamente impietosa. Non ci sono vie di fuga, nonostante la narrazione, nonostante sia un romanzo e non un saggio, e del romanzo conservi le fondamentali caratteristiche. Ma si impegna a rispondere alle domande di Ghosh, non elude le risposte, se ne fa carico. Le mette sotto il nostro sguardo, perché da solo certamente non può rispondere. “ Tutti siamo dentro ognuno “, lui dice. E tutto è collegato. In questo smarrimento ci potrebbe essere anche la soluzione, se solo si comprendessero davvero quelle due, tre cose fondamentali del vivere, del vivere insieme su un pianeta “ che secondo qualunque stima non sarebbe mai dovuto esistere. “. Se solo si comprendessero…
“. Cosa credi sia più grande? Lo spazio cosmico…? “ Accostò le dita al mio cranio. “ O quello interiore ? “
“ Quello interiore, “ dissi. “ Indubbiamente quello interiore. “

