“ Il 1° luglio 1998 cadeva di mercoledì. Fu quindi logico, benché anomalo , che Djerzinski la sua bevuta d’addio la organizzasse di martedì. In mezzo alle vaschette di congelamento degli embrioni, e un po’ schiacciate dalla loro massa, le bottiglie di champagne vennero accolte dal refrigeratore Brandt deputato a conservare i prodotti chimici d’uso comune. “
Questo è l’incipit bellissimo del primo capitolo del libro, ma c’è anche un altrettanto bellissimo incipit nel prologo, ma di quello magari ne parlerò più avanti. Avevo deciso di rileggere questo romanzo indipendentemente dalla candidatura dello scrittore al premio Nobel per la Letteratura 2022 ( che poi non ha vinto ! ) perché con Houellebecq ho uno strano rapporto di amore e odio, e gli ultimi libri che ha scritto non mi sono piaciuti poi molto. Ma questo sì, questo libro l’ho amato, tanto da dovermelo rileggere, per capire da dove è iniziata la crisi tra di noi e perché. La domanda potrebbe diventare anche più generale, e cioè cosa cerco adesso nella letteratura, e se ancora risponde- corrisponde alle mie esigenze di lettrice, se è capace di assolvere ai miei desideri. La risposta non è del tutto positiva, pochi romanzi riescono davvero a interessarmi e a non annoiarmi, spesso ricorro a saggi , e quasi sempre alla poesia. Ma il romanzo è davvero in via di estinzione? O sono gli scrittori ad esserlo?
O si cerca qualcosa di diverso nella letteratura in questo secolo travagliato e apocalittico? In questi anni dolenti in cui si tirano le somme sul genere umano, sulla sua comparsa fugace, splendente e folgorante su questo pianeta rotante nel sistema solare posto ai confini nebulosi di una via lattea in continua espansione. Un giorno sarà possibile descrivere l’uomo nella sua interezza spogliandolo dalla polvere dei secoli, rimarranno la sua vitalità, il suo guizzo intellettivo, la sua disperata ricerca di felicità, il suo bisogno dell’altro, mentre le sue colpe saranno oscurate forse dal silenzio del mondo. Oppure rimarranno impresse nella memoria della Terra, ci saranno ancora i segni tangibili di quella sua distruzione continua e ingiustificabile, di una egemonia assunta con la tirannide, per una ingiustificata presunzione di superiorità che ne ha poi inesorabilmente segnato la sua stessa estinzione .
Cosa rimarrà infine dei libri, di ogni libro, non ci è dato sapere. Qualche uragano se li ingoierà tutti, uno dopo l’altro, rimarranno parole staccate nella memoria di qualche ostinato pc, ogni singola parola tornerà ad essere acqua, sempre più incorporea, senza peso, una sottospecie in potenza all’interno di particelle elementari: inerte , immateriale, senza vita. Nessuno sarà più capace di pensarle le parole, nessuno avrà più la forza e il coraggio di pronunciarle. Nessuno sarà più in grado di sondare il mistero e quindi di immaginare il mondo. Oppure nascerà, riuscirà a nascere prima della fine, una nuova creatura, asessuata e intelligentissima, capace di dar un nuovo ordine al mondo, portandolo ad un livello di vita superiore, dove i nuovi esseri saranno in grado di cooperare per il bene comune ( sigh! ). Forse questo è anche l’ultimo grido di speranza di questo libro di Houellebecq, un’intelligenza artificiale potrebbe salvare l’uomo da se stesso, liberarlo dai suoi sentimenti, dai suoi istinti primari. Un uomo nuovo, o forse una specie nuova, “ asessuata e immortale, una specie al di là dell’individualità , della separazione e del divenire.” Non più umana, annullando i suoi impulsi ma anche le sue emozioni, animata da principi kantiani di una morale pura, unica e universale.
“ Oggi noi viviamo in un nuovissimo regno,
E l’ordito delle circostanze avviluppa il nostro corpo,
Bagna il nostro corpo,
In un alone di gioia.
Ciò che talvolta agli uomini d’un tempo capitò d’intuire grazie alla musica
Noi lo realizziamo ogni giorno nella realtà pratica.
Ciò che per essi era campo dell’ inaccessibile e dell’assoluto
Per noi è cosa semplicissima e ben nota.
Eppure, quegli uomini non li disprezziamo;
Noi sappiamo di dover molto ai loro sogni,
Sappiamo che non saremmo nulla senza l’ordito di dolore e gioia
di cui è fatta la loro storia,
Sappiamo che quando attraversavano l’odio e la paura, quando si urtavano nel buio
Quando, poco a poco, tracciavano la propria storia
In sé recavano la nostra immagine (…). “
“ Le particelle elementari “ è uscito in Francia nel 1998 ( nel 1999 in Italia per Bompiani ) ed è il secondo romanzo che l’autore ha scritto. Narra la vita di due fratellastri francesi , Bruno e Michel, nati rispettivamente nel 1956 e nel 1958 , figli della medesima madre, Janine , nata nel 1928.
L’analisi dello scrittore si focalizza sulla seconda parte del Novecento europeo, sul tessuto politico, sociale ed economico di quegli anni. Bruno e Michel sono i figli esemplari di una società in rapida espansione economica, incentrata sul consumismo di massa a “ forte componente ludico- libidica “, proveniente dagli Stati Uniti d’America. Figli di quella liberazione sessuale degli anni ‘60 e di una madre che quella liberazione l’ha vissuta pienamente e in assoluta libertà. La loro solitudine, la loro incapacità di relazionarsi, è la risposta dell’uomo difronte ad una società non più capace di garantire- gestire i valori primari. È la solitudine difronte al nulla, il declino dell’uomo contemporaneo incapace di trovare un vero senso al vivere, delle risposte adeguate in grado di placare la sua ansia di esistere e della sua paura della morte. Entrambi i fratelli sanno incarnarla alla perfezione questa solitudine divorante , pur partendo da diversi punti di vista, pur avendo vissuto vite diverse , seppur – a ben guardare – vite speculari. Bruno ( Houellebecq stesso ? ) è un insegnante di lettere perseguitato dal desiderio sessuale mai appagato, mai appagante, Michel un talentuoso biologo molecolare, incapace di provare sentimenti profondi e duraturi. Figli di una madre non certo esemplare , che li ha abbandonati subito alle cure delle due nonne , uniche portatrici e garanti di una umanità capace ancora di salvaguardare la specie. Al di fuori di quest’area di protezione, vige la guerra del singolo contro il mondo e contro se stesso, una forma di autodistruzione difronte al silenzio e all’ottundimento del mondo.
L’adolescenza dei due fratelli scorre nel pieno degli anni Settanta, in attesa dell’amore e della possibilità di innamorarsi ma anche in quella libertà di costumi che sembra mettere in crisi ogni valore del passato.
Sono gli anni del liceo per tutti e due, mentre la madre- ignorandoli completamente – ospita giovani sbandati e giramondo nella sua casa a Cassis, dopo aver trascorso anni in California, nella comunità di Eselan, fondata da Francesco di Meola di cui lei era stata l’amante. E talvolta-spesso la madre ospita anche nel suo letto questi giramondo che regolarmente mantiene a spese dell’ex marito ( uno dei tanti ex…) E mentre i corpi sembrano esibirsi in una libertà animale, selvaggia, privi ormai di qualsiasi ritegno o autocensura, Bruno inizia a leggere Kafka, terrorizzato dalle ragazze ma tormentato dal sesso, mentre Michel si dedica a libri sulle equazioni differenziali sviluppando il suo interesse per le scienze. Sono anni difficili e traumatici, sono anni di formazione, dopo infanzie dissestate da genitori pressoché assenti. Il loro ambiente, il loro secolo, la loro famiglia, ha generato due esseri complicati e incapaci di relazionarsi in modo positivo , equilibrato, con il prossimo. Sono relazioni prive di sentimenti , sono solitudini disperate : il nulla grava e orbita, morde e annichilisce. Michel si sente “ separato dal mondo da qualche centimetro di vuoto che formava intorno a lui un guscio o un’armatura. “
Attraverserà le umane emozioni talvolta sentendosele vicinissime, ma senza mai riuscire a viverle completamente, conducendo un’esistenza puramente intellettuale. Così fino ai suoi quarant’anni, passando per un quasi amore senza riuscire a viverlo, o vivendolo in modo straziante, come ultima possibilità di autentica relazione umana. Poco diverso il percorso di Bruno, anche se lui si concede alcune possibilità in più e forse per lui alla fine l’amore arriverà, solo dopo aver attraversato in lungo e largo la via del desiderio e le vie notturne della prostituzione, e aver percorso e attraversato i pensieri di Aldous Huxley nell’attesa di un nuovo mondo possibile, da cui sarebbero scomparsi – secondo Aldous! – tragedie e sentimenti estremi, e dove le eventuali residue “ sacche di depressione “ sarebbe stato possibile curarle per via farmacologica: “ con un centiletro guarisci dieci sentimenti “.
L’evidenza della morte materiale incombe sulle vite di questa generazione senza dio, senza sogni e con poche speranze, con poche cose da dire o emozioni da comunicare. Attraverso questi due fratelli parlano cento anni e più di storia, di relazioni sociali, di mutazioni metafisiche.
“ Cerchiamo utenti per un corpo sempre più sfinito, riottoso, ostile
E scompariamo
Nell’ombra di tristezza
Fino al disperare vero…”
Fino al disperare vero. Come Bruno nei sordidi locali per coppie, e infine nella clinica psichiatrica in cui cerca una tregua da se stesso. E come Michel in quel suo ultimo viaggio in Irlanda, la sua ultima destinazione di uomo vissuto in un vuoto siderale, dove pone fine si suoi studi e ai suoi risultati scientifici. Probabilmente dove pone fine anche alla sua stessa vita ritornando al mare, all’elemento acqua. Dove tutto ha avuto inizio. E per tornare all’incipit di cui avevo accennato, l’incipit del prologo, “ questo libro è innanzitutto la storia di un uomo, di un uomo che passò la maggior parte della propria vita in Europa occidentale nella seconda metà del Ventesimo secolo. ( …) I sentimenti d’amore, di tenerezza e di fratellanza erano in gran parte scomparsi; nei loro mutui rapporti, i suoi contemporanei davano assai spesso prova di indifferenza e di crudeltà. “
Non è facile leggere questo libro e restare indifferenti. Non è stato facile rileggerlo adesso in un momento storico in cui la crudeltà sembra ed è l’unica espressione umana praticata.
Credo che però “ leggersi “ sia l’unico modo per poter intervenire, per vedersi, guardandosi dritto negli occhi. Houellebecq ha ben chiaro quello di cui sta scrivendo, ha ben chiaro chi sia l’essere umano, lo conosce come un padre, come un figlio, come un fratello, come un se stesso. Lo attraversa nella sua miseria e nel suo splendore. Lo vorrebbe addirittura preservare dalla fine, trasformandolo in una nuova specie splendente.
E di libri come questo, di romanzi come questo, io credo di aver bisogno ogni giorno. Finché si saprà scrivere così, il romanzo esisterà.

