Ogni volta che esce un libro di Jan Brokken, io sono felice. Perché già so, che non mi deluderà. Tra noi esiste un patto di reciproca fiducia, sancito fin dai tempi dalla lettura di “ Anime Baltiche “, libro che da noi uscì nel 2014, sempre per la casa editrice Iperborea. Fin dalla prima pagina vi si respira aria di mare, andando incontro a favolosi paesi sconosciuti, sentiti nominare a scuola e ripetuti quasi meccanicamente ogni volta che venivo interrogata; Estonia, Lettonia e Lituania. Ma con lui questi paesi hanno preso finalmente consistenza, si sono animati di vita e di personaggi, ho imparato a guardarli con i suoi occhi, ripromettendomi di visitarli appena possibile. Perché viaggiare, come asserisce ogni volta Jan Brokken, “ insieme a leggere e ascoltare, è sempre la via più utile e più breve per arrivare a se stessi “. La bellezza del mar Baltico, la luce morbida e calda che in autunno infiamma i colori, mi farebbero desiderare di essere proprio lì, adesso , mentre scrivo, mentre con la memoria riattraverso due libri dello stesso autore, uniti da reciproci richiami, e da quella curiosità vitale che ne anima ogni pagina. Forse “ Anime Baltiche “ è stato il libro che ho amato di più, anche se “ L’anima della città “, ne è un pò il seguito, un concentrarsi su alcune delle città che lui ha toccato viaggiando, fermandosi su alcuni aspetti e persone che lo hanno colpito, che hanno catturato la sua attenzione e , spesso, anche il suo amore Questo libro inizia con Amsterdam, città che conosco e ho vissuto per brevi periodi. Ma questa Amsterdam, non è quella che io ricordo, ma è quella che ha vissuto Mahler. E non è fatta di paesaggi, lungo-canali, porti, colori di palazzi, vetrate, caffè. E’ fatta di suoni, dei ritratti di Rembrandt che lui molto amò e che cercò di imprimere nella sua musica, in due movimenti della Settima sinfonia. Parallelamente al libro di Brokken e alla musica di Mahler, scorre il mio viaggio di lettrice, che mi ricongiunge invece alla quinta sinfonia, a quell’Adagietto ripreso anche da Luchino Visconti ne “ La morte a Venezia “, e che mi fa pensare alla scrittura di Thomas Mann. Certi libri hanno questa capacità, di farti compiere giri pazzeschi, di portarti in un istante in una parte di te che credevi dimenticata, nel vivo di un ricordo, di un dettaglio, di un suono. Sono libri in cui si viaggia contemporaneamente in più direzioni, ci si ferma per soste lunghissime, prendendoci tutto il tempo necessario per osservare ancora una volta la luce dei dipinti di Rembrandt, l’uso che ne ha fatto per caratterizzarli, per dargli consistenza materica. Ci si siede, ci si mette comodi, con un quaderno, per cercare di appuntare tutto quello che “ succede “ mentre si legge. Non siamo dentro un romanzo, dentro una struttura che in qualche modo ci obbliga a seguire un percorso, qui siamo liberi di muoverci a nostro piacimento, come dei veri flâneur. Si sosta, si pensa, si immagina, si ricongiungono fili della nostra vita, si ascolta musica, si può bere un caffè, un tè, o un buon bicchiere di vino rosso. Si può ripartire dal libro, oppure rileggere l’incipit della morte a Venezia, e ritrovarsi in un pomeriggio di primavera di quel 19…, a Monaco. Oppure cercare di mettere a fuoco la personalità di Willem Mengelberg, direttore dell’orchestra del Concertgebouw, con cui Mahler lavorò per anni. Quell’uomo che assisteva a tutte le prove in prima fila, o seminascosto talvolta, senza mai stancarsi, sempre pronto a cogliere ogni piccola variazione del maestro, tanto che i due non divennero soltanto amici – e non era semplice divenire un amico di Mahler – ma ne divenne la “ cassa di risonanza “. Si può continuare il viaggio, volendo, nella Bologna di Morandi, quell’artista che in tutta la sua esistenza visitò in tutto sei città, e naturalmente, solo italiane; Firenze, Venezia, Padova, Milano, Roma, oltre a Bologna, ovviamente. Qui si potrebbe aprire una parentesi personale lunghissima, non soltanto perché Firenze è la mia città natale, e Roma la mia città adottiva, ma perché ognuna di queste città per me è di vitale importanza. Allontanarmi dal libro in questo caso mi porterebbe troppo lontano, a quel fascio di luce che un pomeriggio illuminò Santa Croce, e che io seguii un pò intimorita da tanta- troppa bellezza, e che mi ricongiunse definitivamente e per sempre, all’anima della mia città, al suo splendore dolente e magnifico. Anche Morandi amò, dopo Bologna, Firenze. Fu colpito da Giotto, Masaccio, Piero della Francesca, Paolo Uccello, ma era troppo per lui, continuava a preferirle la città dai tetti tutti uguali, con quelle migliaia di tegole di terracotta rosso scuro, che anche io ho amato, e amo, moltissimo e intimamente. Per Morandi Bologna era la città-riparo, poteva “ percorrere venti strade senza uscire dall’ombra nemmeno per un minuto “, non avrebbe potuto vivere in nessun altra città, neppure per lavoro. “ Morandi era un uomo schivo in un corpo gigante “. Visse come un eremita, “ ma fu fotografato quanto una stella del cinema “. Non si sposò mai, continuò a vivere con le sorelle, si fece costruire una casa a Grizzana, per le vacanze estive. “ Prese un foglio di carta, disegnò una casetta con il tetto spiovente, quattro finestre e una porta sulla facciata. Era così che voleva vivere: nella tipica abitazione delle semplici famiglie contadine dell’Emilia Romagna. “ Non sempre ci riuscì, tra il giugno 1943 e il settembre 1945 ci furono novantaquattro attacchi aerei che distrussero una buona parte del centro storico, e anche la sua casa di campagna subì notevoli danni. Lui ambiva alla tranquillità, dipingeva sempre gli stessi vasi, bottiglie, ciotole, con i suoi tenui colori. Non permetteva alle sorelle di spolverare gli oggetti, “ la polvere rende opachi gli oggetti “, con i suoi colori tenui “ cercava una connessione con le nature morte di Chardin o gli interni di Vermeer. Allontanarsi da Morandi e il suo mondo mi è costata molta fatica, ma la curiosità per la città di Vilnius, capitale della Lituania, mi ha convinto a voltar pagina, o quantomeno, a provarci. Nevica appena si arriva a Vilnius, mentre la campana di una chiesa suona, perché è quasi Natale. Ci viene incontro Mikalojus Konstantinas Čiurlionis, ( 1875-1911 ), musicista e pittore, e noi siamo davvero molto curiosi di conoscerlo. Ce ne parla il pronipote, mentre ci soffermiamo a guardare alcune vecchie fotografie che lo ritraggono con la moglie Sofija. Sono bellissime queste foto in bianco e nero, ritraggono una coppia innamorata della quale vorremmo sapere tutto, mentre lasciamo scorrere la sua musica fatta di opere dalla durata di poco più di tre minuti, e ci rendiamo conto di quanto forte sia stata su di lui l’influenza di Chopin, e quanto difficile, liberarsene. Ma un’altra città ci attende , è Aizpute, una cittadina lettone in qui nacque, il 16 aprile del 1946, in una famiglia di musicisti, Peteris Vasks. “ Come lodare la forza più potente del globo, l’amore ? Mit leiser Stimme, “, si rispose il musicista.” Sottovoce “. Questa risposta mi piace davvero tanto: “ sottovoce “ ! Vasks dovette attendere la perestroika per veder pubblicate le sue prime opere. La sua musica non ha mai finali fragorosi, “ i passaggi veloci rimandano agli aspetti aggressivi, oscuri, bruti dell’umanità, gli ideali hanno un suono lento e sommesso. “ Vorrei sostare ancora un pò qui, conoscerlo meglio questo compositore, aprire parentesi, ma c’e una città subito dopo che mi attrae moltissimo, ed è Arcachon. In particolare c’è una fotografia che ritrae il musicista francese Claude Debussy con la figlia Chouchou che mi affascina e che desidererei osservare in ogni minimo dettaglio, lui che amava molto Arcachon e la cruda bellezza dell’oceano Atlantico. La musica di Debussy mi travolge sempre, davvero sarei tentata di fermarmi qui e non muovermi più, tenendo ben a mente quelle parole che lui scrisse in una lettera a Paul Dukas : “ I Believe with all my heart that music remains for all time the finest means of expression we have. “ Niente è più grande e potente della musica, arriva ovunque, a volte anche dove non dovrebbe o dove non vorremmo che mai arrivasse. Eppure lo fa, e lo fa, spudoratamente. Intanto ascolto l’interpretazione di Arturo Benedetti Michelangeli, prima di passare a Bergamo, città che Stendhal definì “ il più bel luogo della terra e il più affascinante mai visto “. Bergamo è la città natale di Gaetano Donizetti, vi nacque il 29 novembre 1797, nella stretta via Borgo Canala, la stretta via che porta verso la città bassa. Attualmente c’è un piccolo museo. Molto intenso e struggente il ritratto che ne fa Jan Brokken. Così come intenso è il ritratto di Cagliari, e di quelle prime parole che imparò a pronunciare in latino Italo Calvino: “ Hortus botanicus “, Orto che distava dalla caso materna poco più di due chilometri. Ne segue un ritratto bellissimo di Eva Mameli Calvino, madre di Italo, e la sua passione per i misteri della natura che riuscì a trasmettere ai suoi due figli. Ci sono subito dopo la Dusseldorf di Joseph Beuys,la Parigi di Erik Satie e del Bateau- Lavoir, “ il laboratorio centrale della pittura “. Fermarmi qui mi piacerebbe moltissimo, insieme a Max Jacob, Amedeo Modigliani, Paco Durrio, Juan Gris, Kees van Donne, Pablo Picasso. Satie adorava vivere a Montmartre. Per la copertina della partitura del balletto “ Uspud, chiese un ‘illustrazione a Suzanne Valadon. Poco tempo dopo, già scrisse: “ il 14 del mese di gennaio dell’anno di grazia 1893, che era un sabato, iniziò la mia relazione d’amore con Suzanne Valadon che ebbe termine il martedì 20 del mese di giugno dello stesso anno “. E se non ci fosse subito un diretto, una coincidenza, per Kyoto, rimarrei qui, nella meravigliosa Parigi, cercando magari Julio Cortàzar e la maga. Ma a Kyoto c’è l’incontro con Ryoko, una donna forse amata da Jan Brokken. E subito dopo, nuovamente Amsterdam, per ammirare la pittura di Meindert Hobbema, per poi proseguire per San Pietroburgo, ultima città estera che ho visitato prima che la pandemia ci chiudesse in casa, ed è una città stupefacente, con un’infinità di suggestioni e della quale amerei parlare. Ma davvero io non riesco ancora a staccarmi da quelle pagine dedicate alla madre di Italo Calvino, il mio procedere è in realtà un sostare, adesso ho bisogno di questo, di questa lunga pausa dentro il cuore di questo libro. Ho bisogno di rileggermi qualche capitolo di Marcovaldo, aprire a caso il libro de “Le città invisibili “, e farmi trasportare dalle sue città sottili: “ È l’umore di chi la guarda che dà alla città di Zemrude la sua forma. Se ci passi fischiettando, a naso librato dietro al fischio, la conoscerai di sotto in su:davanzali, tende che sventolano, zampilli. Se ci cammini col mento sul petto, con le unghie ficcate nelle palme, i tuoi sguardi s’impiglieranno raso terra…!”
Non posso muovermi da qui, Brokken sarà molto felice di queste mie divagazioni, approverà queste soste dentro il suo libro che adesso è il mio. Guarderò con i miei occhi assieme ai suoi.

