Mecca di Susan Straight

“ Larette, te la ricordi la festa ad Anza Crossing, vicino al fiume? All’epoca io ero l’unica già fidanzata. Voialtri, a quei tempi, vi stavate tutti innamorando.
Ricordo che io e te indossavamo vestitini tipo prendisole.
Te la ricordi quella canzone di quel vecchio rockettaro bianco che piaceva tanto a Johnny e a Grief ? Da dove avevano preso ispirazione per il nome, Free Ride ? “
Primo romanzo tradotto in Italia di questa scrittrice californiana, Susan Straight. Riccardo Duranti ne è stato il traduttore per NNEditore. Lei è anche autrice di una mappa della letteratura americana, consultabile sulla bandella posteriore di copertina di questo libro inquadrando il qrcode. Un viaggio nel viaggio di questo romanzo che suggerirei di fare appena terminata la lettura del libro. È un crocevia di romanzi, autori, luoghi, che potrebbe renderci infinito e senza fine questo viaggio…
Ma torniamo a la “ Mecca “, zona-comunità californiana nella contea di Riverside. Una California poco nota, osservata dalla parte degli immigrati, magari dallo sguardo e dalle vite dei figli e dei nipoti di quegli immigrati, che con difficoltà si sono inseriti e cercano di inserirsi nel tessuto sociale di un’America che ha stentato – e stenta – a riconoscerli come suoi cittadini, considerandoli principalmente stranieri, relegandoli in una terra difficile da conquistare e dai confini pericolosi e selvaggi, arida e rocciosa, pronta ad esplodere in incendi devastanti e spettacolari, attraversata da strade leggendarie. Gli echi di un Messico atavico e mai dimenticato, la forza di una comunità di “ stranieri “ come antidoto alla solitudine e alla disperazione. Il colore della pelle che molto spesso li mette in estrema difficoltà, devono pagare, espiare colpe che non hanno mai commesso ma è troppo facile trovare sempre un capo espiatorio che riporti ad una apparente tranquillità e a una sorta di giustizia che non corrisponde, e mai corrisponderà, a vera giustizia; così sarà fin troppo semplice poter “ scambiare “ un telefonino per una pistola. Lo sguardo della scrittrice si sofferma su queste vite, sulle loro relazioni, sul loro mondo, sulla loro lingua, sui legami con gli avi, con la terra, con la natura. Impariamo da lei i nomi di sconosciuti, e proviamo ad immaginarceli illuminati da una volta celeste strabordante di stelle, da Liridi spendenti, rese più luminose e vivide dai ricorrenti lookdown per coronavirus. Insieme a loro soffriamo per le ingiustizie subite, per il loro dolore, spesso per le loro morti ingiustificabili, specialmente quella di Tenerife e di sua mamma. Per quell’essere indifesi e già colpevoli, mentre tentano di farsi una vita il più possibile normale, nonostante malattie, salari minimi, tradimenti, divorzi, problemi con la lingua, che a volte rende difficile la comunicazione e il farsi capire. Ma c’è una forza potente che li tiene uniti, una piccola comunità di reciproco aiuto in quella terra arsa dal sole e dal caldo opprimente e insopportabile. Eppure ci piace entrare in intimità con queste persone, seguire le loro vicende che si alternano in maniera scomposta ed immediata, come se ognuno di loro avesse urgenza di raccontarsi ed improvvisamente decidesse di inserirsi nel discorso, interrompendo però chi già stava parlando. Ma ognuno ha tempo per parlare e per raccontarsi, e quando tace è solo per riprendere fiato e permettere all’altro di entrare nel racconto. Non si perdono i fili come qualche lettore ha sottolineato, ma si legano uno con l’altro, per renderli più forti. Perché è insieme che vogliono raccontarsi in questa California che forse singolarmente li annullerebbe, mentre il vento impetuoso invece vorrebbe spazzarli via dalla faccia della terra. A me queste irruzioni sono piaciute molto, le considero un punto di forza del romanzo, un modo interessante di raccontare. Personaggi forti e ostinati, che vanno avanti, nonostante tutto. Johnny Frías, in sella alla sua Harley, poliziotto della stradale, con un segreto forte e disperante sul cuore, un delitto inconfessabile che minerebbe la sua carriera conquistata con estrema fatica. Dritto e sicuro viaggia su quella linea tra la corsia riservata e quella veloce, attraversando in lungo e largo parte della California. Uno dei personaggi che più ho amato, a suo modo un angelo , che ci regala il panorama splendente di Fuego Canyon, i suoi indimenticabili tramonti: “ i bordi blu delle nuove tenebre che scendevano mentre il cielo decideva come avrebbe fatto girare il mondo “.
La giovane Ximena, che clandestinamente ha attraversato il confine con il Messico, e clandestinamente è costretta a vivere con la sua famiglia, sempre in pericolo e con il terrore di essere rispedita indietro dalla ICE.
La donna di colore Matelasse, scambiata spesso per messicana, che deve crescere i figli da sola perché il marito è scappato in Brasile- la sua ossessione di sempre – e che alla fine ha prevalso sull’amore per la famiglia. Grief, Bobby e Manny. Reynaldo. Tyrone, Larette. Lena. Trish. Merry.
Dante, Tenerife, altri dei nomi di questa storia corale. Ivy, naturalmente. E la signora Bunny, e altri ancora…E naturalmente i coyote, le linci, i cani inselvatichiti. I ladri di rame.
“ Dite solo: sono nata a Mecca. Ho abitato qui tutta la vita. Mostrate loro il documento. Guardate sempre davanti a voi il punto dove il cielo e la terra si toccano. Tenete i denti coperti dalle labbra. “
E i consigli delle nonne andrebbero sempre seguiti. La nonna di Ximena le diceva sempre che se lei fosse riuscita a trovare un pezzetto di bellezza tutti i giorni, avrebbe potuto continuare a vivere. Qualsiasi cosa fosse accaduta . Anche un semplice chicco di caffè con una fossetta può essere bellezza e così aveva dato il chicco a Ximena, perché si ricordasse, tenesse sempre a mente questo suo consiglio.
Ecco, un semplice chicco di caffè in ogni tasca, ogni giorno. E una manciata di parole, gettate nel buio per farle risplendere…

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