Il mio grande, bellissimo odio di Elisabeth Åsbrink

“ La vita di una persona comincia, procede e finisce. Quello che ne resta sono lettere, diari e ricordi sparsi, relitti sputati dal tempo. In un certo senso gli storici e i biografi sono come collezionisti di stelle marine. Hanno in mano dei frammenti e fanno ipotesi sull’insieme. Il tempo non si può afferrare, è sempre più grande e potente di chi lo guarda, è più imprevedibile. “
Prima di iniziare a parlare di questo libro, è doveroso soffermarsi su questa grande scrittrice svedese ; Elisabeth Åsbrink, anno 1965. La raccolta paziente, attenta ma soprattutto empatica “ delle sue stelle marine “, ci ha regalato una biografia bellissima, di una donna che non potremo mai più dimenticare, ma che vivrà nei nostri pensieri, nelle nostre vite, nella nostra personale storia della letteratura e tra i nostri libri di lettura, quelli più cari, dei quali proprio non se ne vorrebbe mai parlare, tanto ci sono diventati intimi, e se qui molto sarà da me omesso, sottaciuto, è proprio per questa non condivisibile intimità . La biografia – dicevo poco sopra -, della scrittrice Victoria Benedictsson, nata a Trellenborg, il 6 marzo del 1850 e morta suicida il 21 giugno 1888, all’età di trentotto anni :
“ Io morirò. Per questo amo tutto ciò che è vivo. “
Una scrittrice dunque, che racconta, che tenta di ricostruire la vita di un’altra scrittrice, nata più di cento anni prima di lei, in un periodo storico di grandissimi cambiamenti sociali e culturali, in cui la donna tentava per la prima volta di emanciparsi e di poter essere apprezzata per le sue doti e il suo talento, al pari di un uomo. Ma non erano tempi semplici, e la complicata vita di Victoria Benedictsson ce li evidenzia in tutto il loro turbolento divenire. Lei stessa ha dovuto proporsi come uomo, firmando alcuni suoi lavori con lo pseudonimo maschile Ernst Ahlgren per poter essere presa in considerazione ed essere stimata, e addirittura , pubblicata. Sarà un cammino difficile e doloroso quello per la sua affermazione come “ Victoria “, fin da piccola ha dovuto recitare la parte di “ maschio “ per rendere felice suo padre che avendo perso l’unico figlio – Johannes – riversò tutte le sue speranze e le sue illusioni sulla piccola, forte , coraggiosa, temeraria Victoria, che però era una femmina e che anni dopo scrisse: “ abbiamo iniziato a recitare la nostra commedia quando avevo sette o otto anni, una commedia per bambini in cui io ero ciò che lui desiderava : un figlio “. Quando poi il padre si rese davvero conto che Victoria era Victoria e non Johannes, allontanò da sé la figlia prescelta e da quel momento lei fu sempre alla ricerca della sua parte mancante, di quel fratello che non c’era più nella sua vita e che avrebbe voluto avere al suo fianco. Lo incarnerà finché le sarà possibile, lo cercherà continuamente, combattendo una estenuante, disperata battaglia con se stessa, contro il cupo disprezzo per se stessa, con la sua parte femminile che cercava invece consensi, affermazione, comprensione e – soprattutto – amore.
“ Viveva nel costante pensiero della morte, e morì perché non era in grado di vivere. Mise alla prova di continuo la sua sessualità, il suo cuore, la sua penna, tutta sé stessa, per vedere se era all’altezza di ciò che pretendeva dalla vita e che la vita pretendeva da lei. Voleva tutto: amore, amicizia, successo, stabilità economica, scambi intellettuali, intimità, e anche una stanza tutta per sé. C’erano luci nella sua vita, ma non mancarono mai le ombre. “
Visse in una famiglia che , come lei stessa scrisse, pareva destinata alla rovina, e la distruzione era già iniziata prima che lei venisse al mondo.
L’adolescenza non fu semplice, in quella regione della Svezia rurale – la Scania – ma l’amore per l’arte sarà un sostegno vitale per la giovane Victoria, in lotta per l’affermazione di sé, per la ricerca di una libertà che era ancora prematura in quei tempi in cui le convenzioni avevano ancora il loro debordante peso specifico.
La soluzione più ovvia fu incarnare la menzogna, adattarsi, piegarsi , ma dentro di sè la guerra fu mortale, e condotta fino all’ultimo istante della sua vita.
L’ambiente in cui trascorse l’infanzia non le fu certo d’aiuto, la passione per il disegno e il suo desiderio di frequentare una scuola d’arte a Stoccolma, le fu proibito dal padre, nonostante lei lavorasse come istitutrice per potersela permettere senza nessun aiuto. Il disegno fu per lei un’esigenza vitale, era molto dotata. Victoria era una ragazza intelligente, curiosa, a cui piaceva apprendere sempre nuove cose. Ma intorno a lei regnava un’ottusità disarmante. L’unico vero appoggio fu la sorella maggiore, che però, non avendo le sue doti, non riuscì mai a comprenderla fino in fondo.
Era destinata alla solitudine. Era destinata alla scrittura. E cercava la libertà, una libertà vera, e poter essere ciò che voleva e avrebbe potuto essere se solo le fosse stato concesso : poter decidere di sé e della propria vita. Visse, come ci ricorda l’autrice di questo libro, il dilemma dell’umanità moderna, di volersi realizzare pur nella consapevolezza che in un universo senza Dio la propria vita è insignificante. Victoria Benedictsson e i suoi contemporanei sono la prima generazione a cercare di risolvere quest’equazione esistenziale che da allora è diventata universale.
La giovane Victoria pensò di trovare finalmente la libertà in quell’uomo che poi sposò, quel Christian Benedictsson, vedovo, funzionario postale, con cinque figli, e con una trentina di anni in più di lei. Lei lo sposò che aveva poco più di vent’anni, come possibile via di fuga dalla sua famiglia d’origine, da quella tristissima casa “ desolata “. Ovviamente con il matrimonio la situazione non migliorò, anche se lei iniziò a dedicarsi con totale impegno alla scrittura riuscendo a ricavarsi in quel disastro, la sua stanza tutta per sè. Ma non riuscì mai a trovare la felicità con quell’uomo che non poteva comprenderla. E che lei soprattutto non amava, e che in fondo, disprezzava. Non amò mai neppure quella figlia- Hilma – che nacque dalla loro unione, e per questo provò sensi di colpa fino alla fine dei suoi giorni. Ma non l’amò, non le fu possibile, questo le fu ben chiaro da subito : le ricordava troppo quel marito che parimenti mai amò. E fece di tutto anche per non portare a buon fine il parto di Ellen, in realtà , la primogenita, digiunando per mesi, ed infatti la neonata morì pochi giorni dopo il parto. Tutto questo adesso ci appare assurdo, di difficile comprensione: ma non lo fu di certo ai tempi e in quei luoghi in cui Victoria si trovò a dover vivere. In quei tempi in cui con le sue sole forze cercò di imporsi all’attenzione del mondo e successivamente del mondo editoriale, cercando di vivere la sua difficile situazione di essere nata donna, e una donna, soprattutto , con un grandissimo talento e uno spiccato amore per la libertà. E soprattutto, con un infinito amore per la Dignità.
Tutta la sua breve vita è contenuta nei suoi appunti quotidiani , in frammenti di diari, nelle sue lettere, nei suoi romanzi, in testi inediti, bozze, nel suo Gran libro formato da quattro quaderni. Ha lasciato – volutamente – molte tracce di sé, ha combattuto in vita anche per non essere dimenticata , perché qualcosa dopo di lei continuasse a vivere, che le consentisse di attraversare quegli anni di fine secolo accanto ai nomi più illustri dei suoi contemporanei e colleghi : Strinberg, Ibsen, Bjørnstjerne Bjørnson, Ellen Key, Georg Brandes. Ecco, proprio lui, il grande scrittore Georg Brandes, la cui fama era immensa: a ogni sua lezione , davanti all’università di Copenaghen si radunava una folle enorme. Ecco, lui, Georg,il grande amore della vita di Victoria, quello che sempre lei ricercò, che però mai la comprese fino in fondo, che non la amò dello e con lo stesso suo amore. Ma la solitudine di Victoria era assordante, così spasmodicamente attaccata al principio di “ lavoro e verità “, da lasciare poco spazio agli affetti più intimi che comunque coltivó: ebbe un grandissimo amico in Axel, anche se spesso ci furono dei conflitti e profonde liti , fu grande amica della scrittrice Ellen Key, e della figliastra Matti.
La sua solitudine esistenziale non poteva e non poté essere curata, forse solo alleviata, rimandata giorno dopo giorno, finché poi anche problemi economici importanti iniziarono a tormentarla, lei che era già senza forze, dissanguata, per quel tentare ogni giorno di essere e divenire se stessa. Di dare un senso a quel granello di sabbia che desiderava, nonostante tutto, incarnare e riuscire a farlo respirare.
Ardeva d’amore per la libertà, scrisse Ellen Key sull’amica, ma per tutta la vita ha sbattuto la testa contro pregiudizi e costrizioni; amava la verità, ma fin dall’infanzia è stata costretta a dissimulare.
Ti voglio bene Victoria. Ogni essere umano è un granello di sabbia, ma il tuo granello è stato così vitale e luminoso, che ancora adesso e proprio adesso, sono attraversata dal suo abbagliante fulgore.
“ Quant’è grande il cielo! Così grande e così buio! Ti riduce a un niente. A un semplice granello di sabbia. L’uomo non è niente più di questo. Ci si illude di aver provato gioie e dolori, ma non era niente. Era così poco. “

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