La metamorfosi di F. Kafka

“ Destandosi un mattino da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò tramutato, nel suo letto, in un enorme insetto. Se ne stava disteso sulla schiena, dura come una corazza, e per
poco che alzasse la testa poteva vedersi il ventre abbrunito e convesso, solcato da nervature arcuate sul quale si reggeva a stento la coperta, ormai prossima a scivolare completamente a terra. Sotto i suoi occhi annaspavano impotenti le sue molte zampette, di una sottigliezza desolante se raffrontate alla sua corporatura abituale.
“Che cosa mi è accaduto?”, si domandò…”
Ancora una volta, l’indimenticabile incipit di questa “ piccola storia “, come Franz Kafka definiva La Metamorfosi , scritta all’età di ventinove anni e pubblicata nel settembre del 1915.
Trovata “ quasi “ per caso in una libreria del centro di Roma , questa bellissima edizione arricchita dalle opere di Egon Schiele, mi è sembrata l’occasione ideale per rileggere quello che ogni buon lettore non dovrebbe mai dimenticare; il valore e il significato di ogni ( vera ) opera d’arte, e chi, prima di noi, ha provato a interpretare il mondo e a raccontarcelo.
Dopo un sogno tormentoso, Kafka fu assorbito completamente dalla stesura di questa “ anti- fiaba “, che passa dalla dimensione del sogno, a quella di una realtà perturbante e irrisolvibile. Il commesso viaggiatore Gregor Samsa, protagonista della Die Verwandlung, al suo risveglio nella sua camera, si ritrova improvvisamente catapultato nel corpo di un insetto gigantesco, iniziando così un viaggio in un incubo e nell’inatteso mutamento del suo destino. Questa trasformazione che fa virare l’opera nel regno del fantastico, nel fascino della Praga magica, lascia il protagonista inerme difronte al suo nuovo stato di essere “ infestante “. Un Insekt, una creatura perdente, un figlio schiacciato dal potere del padre – patriarca a cui è legato da una cieca obbedienza. Solo una morte tragica pare finalmente poterlo liberare dal giogo paterno. Dal senso di abnegazione – Gregor, “ persona posata e ragionevole “, deve lavorare per mantenere tutta quanta la sua famiglia con la quale vive ( padre, madre, sorella ) -, passa al totale rifiuto del cibo. Il corpo diventa condizione di vergogna e di ripugnanza. E qui, la suggestione figurale dei dipinti di Egon Schiele, rende il libro un “ incubo visionario “ a cui accostarsi con estrema attenzione. Mentre scorre il racconto, per come noi tutti lo conosciamo, e l’antieroico Gregor si rende conto che la soluzione migliore per lui è scomparire non potendo più tornare nella condizione iniziale, “ all’inferno tutto quanto ! “, siamo avvolti dalla nudità emaciata di Schiele, dai suoi nudi che chiedono di essere osservati, compresi. Esseri inquieti, angosciosamente soli, vulnerabili , come vulnerabile è Gregor- Frank, che all’improvviso si trasforma in un insetto, in una condizione alienante e disperante. Il suo copro si modifica sotto il nostro sguardo attonito, mentre lui avverte un lieve prurito nella parte alta del ventre e subito dopo, brividi di freddo, e scopre che al posto degli arti ha ora zampette sgambettanti e che sulla schiena ha una corazza dura e scura, non più umana.
Ma questa sua non più umanità, si scontra con una disumana umanità dei suoi familiari, che seppur ancora uomini, decretano che questo nuovo essere non ha più il diritto di vivere. “ Deve sparire “, dirà la sorella sul finire del racconto, che equivale a un “ deve morire “. Nulla in lui è ormai di qualche utilità nell’ambito della famiglia, lui crea solo fastidio e ripugnanza. E Gregor, l’obbediente commesso viaggiatore, raccoglierà prontamente il messaggio e si lascerà morire. Quell’orribile, detestabile “coso “, scomparirà per sempre, liberando la famiglia dal suo ingombro perturbante.
Scarnificato, come i corpi di Schiele, osceno , visibile resto dell’incomprensione, del disamore. Scomodo specchio in cui riflettersi, punito senza condanna, senza colpa alcuna.
Tre anni dopo la pubblicazione di questo racconto, e quindi nel 1918, Egon Schiele, all’età di ventotto anni, morirà a causa dell’influenza spagnola. Il legame tra i due artisti è idealmente molto stretto, tra scrittura e pittura si crea un ideale ponte di identità, di fratellanza. Schiele ritrae quello che Kafka scrive, le loro mani si incontrano nell’annichilimento del corpo, nel sussurro congiunto all’eterno fanciullo. Tace al fine – nel silenzio del corpo – chi scrive, scrive, con tracce indelebili, chi dipinge.

“ lo eterno fanciullo, sempre seguivo il passo della gente focosa e non volevo essere in loro, dicevo; parlavo e non parlavo, ascoltavo e volevo sentirli forte o più forte, e vederli dentro. lo eterno fanciullo, sacrificavo ad altri, a quelli che mi facevano compassione, a quelli che erano molto distanti o non mi vedevano come chi vede. Portavo doni, inviavo occhi incontro a loro ed aria tremula sfavillante, tracciavo percorsi superabili – e non parlavo…( Egon Schiele ).

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