“ Mi sembra di essere stato solo un ragazzo che gioca sulla riva del mare, divertendosi a trovare ogni tanto un ciottolo più levigato o una conchiglia più bella delle altre, mentre il grande oceano della verità si stendeva tutto da scoprire di fronte a me . “
Queste le parole di Sir Isaac Newton che sono in esergo a questo breve romanzo ( 1982 ) dell’irlandese John Banville, un grande scrittore di cui mi ripropongo ogni volta di riuscire a leggere ancor di più. Non trovo eccessive le parole di Don DeLillo quando descrivono la sua scrittura : “ Una scrittura limpida e tagliente come una lama…Un talento quasi feroce nel leggere l’anima degli uomini. “
Certo, ma c’è sempre da verificare personalmente la veridicità di qualsiasi affermazione e se, secondo il nostro parere personale di lettori, queste parole siano adeguate e corrispondano il più possibile al suo modo di narrare. Per quanto mi riguarda, le ho trovate oneste, ancor più oneste se di Banville abbiamo già letto più di un libro, almeno tre-quattro, come io ho fatto. Allora scopriremo che corrispondono appieno.
“ Non avrei dovuto andarci. È stato il nome ad attrarmi. Casa Fern! Mi aspettavo … oh, mi aspettavo cose di ogni genere. Si rivelò un grande edificio coperto di edera e con i muri scrostati e una lunetta a ventaglio sbreccata sopra la porta, il genere di posto dove immagini una figliastra pazza rinchiusa in soffitta. “
Comincia più o meno così questo romanzo, pur non essendo l’incipit. Ma perché mai un giovane scrittore impegnato nell’ultima parte della stesura del suo libro – una biografia di Isac Newton – decide improvvisamente di prendere in affitto una casa in campagna, non molto lontano da Dublino, per portare a termine il suo libro? Una decisione che risulterà immediata e poco ponderata, che quasi nulla ha a che vedere con il suo intento di concludere il libro al quale lavorava già da sette lunghi anni. Ma, se continuiamo a leggere, troveremo queste frasi rivelatrici : “ …due donne mi vennero incontro in giardino. Una era grande e bionda, l’altra era una ragazza alta dalle braccia scure, con un cappello di paglia che cadeva a pezzi. “
Una era Carlotta Lawless, la ragazza con il cappello, che poi tanto ragazza non risulterà essere, l’altra, quella bionda e grande, Ottilia, la sua nipote venticinquenne. Queste due donne irrompono improvvisamente nella vita del nostro scrittore protagonista e voce narrante del romanzo. “ Quell’odore come di latte “ della signora Lawless , lo spingerà infatti ad offrirle immediatamente un mese di affitto anticipato. Ah, la potenza delle donne e che presa su questo giovane uomo impelagato nell’analisi degli ultimi anni della vita di Newton, nella sua crisi esistenziale che portarono lo scienziato ad interessarsi allo studio interpretativo della Bibbia e al più oscuro lavoro di alchimia che “ tanto avrebbe imbarazzato i suoi biografi “. Ci sono due donne quindi, una campagna bucolica e verdeggiante, l’estate, l’attrazione e il mistero, forse l’amore. E impressioni- emozioni-sensazioni che inquietano il nostro protagonista portandolo lontano dal suo lavoro, avvolgendolo in una sorta di guaina melanconica. Ma non ci sono soltanto due donne in questo racconto: ci sono anche un uomo ed un bambino, oscuri e impenetrabili, a rendere più complesse e articolate le possibili , quanto spesso velate, affinità elettive. Leggendo – naturalmente – il pensiero vola a Goethe, ma anche a Stevenson. Si impara ad osservare i movimenti all’interno della casa padronale guardando dalla foresteria, dove il nostro scrittore si era sistemato avendola affittata per tutto il periodo estivo, da cui osservava e imparava a conoscere le abitudini quotidiane di quella famiglia mai conosciuta prima di allora. Si entra all’interno di reti emozionali ed affettive, non immediatamente comprensibili, nella sorte di una ex ricca famiglia protestante in decadimento, le cui terre ormai sono andate ai gombeen, agli speculatori. Si percepisce l’atmosfera di quella strana estate del 1963, in una Irlanda rurale, mentre le osservazioni su Newton si alternano, anzi vengono sovrastate, da una certa impazienza di scoprire i segreti e gli imprevedibili moti del cuore. Ma anche quelli della carne, l’attrazione anche per ciò che non si ama ma che in qualche modo attira, incuriosisce. Così verso Ottilia. Una forma di attrazione e di relazione sessuale senza amore, o almeno così pare, fino ad un certo punto. Ma l’amore? Forse Carlotta è l’amore? Così sembra. Una donna di mezza età, “ decisamente “ sposata, con mani di mezza età, rughe intorno agli occhi… eppure. Eppure questo è il mistero imperscrutabile dell’amore, l’imprevedibilità in bilico sull’orlo del dire. E il dire a volte, come in questo caso, non può esser detto, ma solo taciuto, accarezzato, cullato come un segreto, alimentato nel sogno. Allora il tempo si contrae, si ripiega su se stesso fino a divenire traccia, memoria, eternità. Una sorta di deriva in un tempo sospeso, dove verità nascoste si fanno strada impetuosamente. Come conseguenza l’amore, in questo caso, si fa sottile, esile mentre le foglie iniziano a cambiar colore in attesa dell’autunno, di una nuova stagione dell’esistenza, che esplode impetuosamente rispondendo alla Vita con la vita, rispondendo ad un progetto tutto suo che va al di là dell’umano volere, dell’umano desiderare. Così non si può fare a meno di ripensare ancora queste parole : “ Mi sembra di essere stato solo un ragazzo che gioca sulla riva del mare …”. Niente di più perfetto delle parole del caro Isaac. Niente di più vero.

