Mi sono innamorata di questo libro di Dostoevskij fin dalle prime righe, fin dalla iniziale descrizione del viaggio in treno sulla linea Pietroburgo- Varsavia, di quell’aria umida e nebbiosa di una Russia di fine novembre , di quei due giovani passeggeri apparentemente così diversi i cui destini stavano per convergere l’uno in quello dell’altro senza possibilità di fermare o invertire questa convergenza, senza avere la possibilità di avvertirli che il loro incontro avrebbe avuto conseguenze tragiche sulle loro vite. Che il finale del romanzo era già impresso in quei loro iniziali sguardi, in quegli occhi grigi e piccoli ma ardenti di Rogozin , in quegli occhi grandi, azzurri e fissi, con dentro una serena ma insondabile e inconsolabile sofferenza del principe Myskin. Un incontro il loro, ne sono stata subito certa , che mi avrebbe condotto direttamente all’inferno, nella cavità infuocata dei sentimenti, nel magma incandescente dell’essere, nell’incomprensibilità delle reazioni umane. Dentro l’uomo e le sue contraddizioni, i suoi istinti, le sue passioni più o meno sfrenate. Perché poi abbia amato infinitamente questo romanzo è difficile a dirsi, sicuramente non il suo capolavoro, sicuramente non il più bello. Ma proprio perché bello e capolavoro hanno una valenza anche soggettiva oltre che oggettiva, ecco credo che in questo caso la parte soggettiva abbia giocato un ruolo decisivo e io sia stata libera di amare sfrenatamente, senza alcun ritegno, senza alcun limite posto dalla forma o dall’architettura del romanzo, questo puro spirito, questo principe Myskin, quest’ uomo metà Cristo e metà Sfinge, come lo definisce Igor Sibaldi nella introduzione, ma che per metà è anche Don Chisciotte, travestito qui da “ Cavaliere Povero “, armato soltanto di sana (?), fanciullesca, inguaribile ingenuità. ( Introduzione e postfazione da leggere assolutamente dopo aver letto tutto il libro, nessuna condizione alla libera interpretazione e al proprio piacere personale, anche correndo il rischio di non capire , a volte. Tanto poi, volendo, si recupera dopo). Un libro, sempre secondo Sibaldi , “ così-così agli occhi di un lettore letterariamente assennato, ma quel suo essere così-così è solamente una circostanza “. Ecco, sono davvero felicissima di non essere una lettrice assennata, e di aver così potuto godere di ogni singola parola di questo libro con l’abbandono di cui solo gli innamorati sono capaci, senza dovermi preoccupare di altro se non di questo piacere dissennato. Dostoevskij ha amato moltissimo questo suo libro, e secondo me a ragione, c’è tanto di lui in questo libro, meriterebbe davvero dedicarsi minuziosamente a questa analisi…Poco invece il romanzo è stato inizialmente amato dalla critica che non ha fatto altro che elencarne difetti e mancanze. Pensato mentre era in esilio a Ginevra sotto impellenti necessità economiche, sembra proprio che questo esilio forzato per i molti debiti che aveva contratto in Russia abbia acuito il suo sentirsi, il suo essere russo, il suo potente nazionalismo e il suo desiderio di raccontarlo in pagine di ampio respiro, su cui azzardare anche ipotetici confronti con l’Europa, parlare della pena capitale, del cristianesimo, del suo Dio russo-ortodosso diametralmente opposto al Dio romano colpevolizzando Roma per aver convertito la chiesa in stato assoluto e totalitario…La prepotente necessità da esiliato qual era, di sentirsi radicato ancor di più nella sua terra d’origine, è stata sicuramente la dimensione ideale per ripensare il proprio destino e definire con lucidità quell’immagine di “ uomo pienamente splendido “ che aveva iniziato a prender forma nella sua mente, che aveva attraversato i suoi pensieri e si era imposta come un’idea che andava in qualche modo partorita e quindi elaborata, perché vitale per lui in quel momento. Era la possibile congiunzione ideale tra i dannati della terra e quell’enigma insondabile che è la Bellezza, in un confronto che si preannunciava terribile e aspro, senza esclusione di colpi, in un esercizio serrato tra intelligenza e coscienza per arrivare all’essenza stessa della realtà, lasciando senza risposta , o comunque velandola di incertezza, quell’eterna domanda “ La Bellezza salverà il mondo “? Quell’ uomo ideale che si era andato delineando nella mente dell’autore si sarebbe ben presto incarnato nel principe Myskin dell’Idiota, febbrilmente disegnato e tratteggiato in quelle numerose bozze e prove di romanzo. Non era affatto facile far vivere quest’idea di uomo, questa visione quasi mistica e atemporale di essere, trasportare e riversare sulla pagina di un libro questo ideale, quasi l’archetipo stesso della bontà, facendolo vivere e respirare tra uomini che di splendido avrebbero avuto ben poco, se non in rari, contraddittori e troppo brevi attimi. Far vivere un uomo tanto superiore da risultare incomprensibile ai più, da risultare goffo e poco chiaro, addirittura idiota, nonostante quella luce che si sarebbe irradiata costantemente dalla sua persona , scaraventandolo all’improvviso dentro l’eterna, immutabile e contraddittoria commedia umana come “ un’antimateria romanzesca “ destinata ad interrogare i cuori degli uomini, chiusi e ostili a qualsiasi confronto. Come annotò nei suoi quaderni che precedettero la stesura del libro: “ Il principe ha soltanto sfiorato le loro vite. Ma ciò che egli avrebbe potuto fare o intraprendere, tutto ciò muore con lui. La Russia agiva su di lui passo passo. Il suo superiore vedere. Ma ovunque egli ha sfiorato qualcuno, vi ha lasciato un segno incancellabile “.
Quest’uomo superiore per metà divino e per l’altra metà semi-umano, quasi folle, è in realtà un uomo che sa sporcarsi, che sa umiliarsi, che sa comprende l’uomo più dell’uomo stesso, capace di leggere anime e sentimenti, capace di reggere l’affronto dell’umiliazione e della perdita. Capace di comprende meglio degli altri l’abisso sopra cui costantemente ci muoviamo, spesso ignari di ciò che siamo veramente, poco inclini ad attraversare il nostro buio per dare agli altri la nostra luce , poco inclini a confrontarci con la nostra ombra. Ma quest’uomo superiore non poteva essere amato da noi comuni mortali , già il fatto di essere superiore ce lo avrebbe reso odioso, o quantomeno antipatico, e questo Dostoevskij lo sapeva molto bene, se non fosse stato così goffo, così incapace di relazionarsi con gli altri, non saremo stati capaci di amarlo così tanto. Così incapace di esprimere chiaramente le proprie idee, così incapace di muoversi e di avere successo, sempre in bilico su una catastrofe imminente, sempre sul punto di cedere, di darsi per vinto, di soccombere, di annullarsi. Lo abbiamo amato proprio per i suoi disastri perpetui, per quegli attacchi di epilessia che lo hanno reso preveggente e fragile. Lo abbiamo amato per quegli attimi che hanno preceduto quei suoi attacchi, momenti di visionaria perfezione, in cui tutto il significato dell’esistenza sembrava all’improvviso dischiudersi, risplendendo sulla nostra misera e limitata comprensione del mondo. Sono quei suoi feroci attacchi di intelligenza e sensibilità pronunciati quasi in silenzio , quasi tra le righe del nel non detto e sempre senza accusa, che sono andati a minare la nostra ordinaria visione delle cose. Incarnato solo per questo scopo, eletto dall’autore per aprire dei varchi sottili, quasi invisibili nelle nostre certezze, nelle nostre abitudini. Lui in realtà è un essere assolutamente disincarnato, è puro spirito, è puro Bene. Ma è anche uno spirito tragico, destinato a soccombere, non abbastanza forte da contrapporsi al Male, il suo lacerante urlo alla Munch sprofonda nel dolore incolmabile dell’esistenza che non è più in grado di recuperare la sua dimensione spirituale. L’ uomo non è più capace di cogliere il significato della propria natura, né di organizzarsi socialmente, è destinato all’autodistruzione. Sfiorare le anime non è salvarle , perché per essere salvati, bisogna essere in grado di saper rispondere, assumendosi il peso di tutte le proprie responsabilità individuali e collettive. E dopo averci ripetutamente sfiorato, lui impazzisce. Questa è la vera tragedia. Nessuno ci salverà.
Della trama no, non parlerò. E neppure degli altri interessanti personaggi sui quali si potrebbe parlare per ore ed ore , mettendoli a confronto, in un quartetto di ombre e di luce. Senza di loro ovviamente non ci sarebbe neppure il principe , ma parlandone dovrei svelare fatti o situazioni che andrebbero a raccontare troppo, e non voglio assolutamente togliere questo piacere a chi non ha ancora letto il libro, perché le azioni devono accadere sotto l’occhio del lettore, in un dialogo intimo con lo scrittore. Dirò solo che Ippolit , ho sì, Ippolit mi ha stregata. E la forza , l’audacia a volte l’ottusità dei personaggi femminili, oh se ci sarebbe da scrivere di queste due donne forti e maledette, che si contendono l’animo del nostro principe , incapace di non amarle tutte e due e di scegliere. Ma vedrete, vedrete, vi ci scontrerete in continuazione con queste donne e con questi uomini terribili. Ma quello che più di tutto rimarrà, oltre ad alcune pagine di altissimo e indubbio valore letterario, oltre a idee che meritano una nostra attiva partecipazione e profonda , continua interrogazione, rimarrà dicevo questa impalpabile , indefinibile, inesprimibile sensazione: “ E’ difficile dare un giudizio sulla bellezza, non sono ancora preparato. La bellezza è un enigma “. Così, anche la vita lo è, un enigma sul quale non siamo in grado di pronunciarci. Su questa sottile e incerta traccia continuerò a scrivere e a interrogarmi. Un libro di Dostoevskij non si chiude né si conclude mai, continua ad agire dentro di noi, e se la sua bellezza non potrà salvarci, sicuramente ci aiuterà a riconoscerla. E saperla riconoscere, già è abbastanza.

