I primi giorni del maggio 2005, non furono affatto buoni giorni per Enric Marco. Decisamente furono giorni pessimi. Tutta l’impalcatura che aveva costruito pazientemente per tutta la sua lunga vita, crollò in un sol istante, per mano dello storico Benito Bermejo, pressoché sconosciuto , quel gran guastafeste che spuntò improvvisamente dal nulla per rimescolare le carte del suo destino. Enric Marco fu sbugiardato pubblicamente, non solo in Spagna ma in tutto il mondo, apparendo per quello che realmente era stato nella sua vita, un narciso bugiardo cronico. Se Enric Marco fosse stato un romanziere avrebbe scritto un’opera superba. Ma lui quell’opera non si sarebbe accontentato solo di scriverla. Lui quella storia superba e gloriosa di un eroe senza macchia e senza paura, volle renderla vera, incarnarla nella sua vita reale, diventarne l’indiscusso e acclamato protagonista. E per un buon arco della sua vita ci riuscì, ma…. Ma, c’è sempre un ma quando si sfida così apertamente la buona sorte. Quel ma si abbattè sulla sua testa ormai ottuagenaria, frantumando tutto quel mosaico di invenzioni incastrate l’una nell’altra in un complicatissimo gioco di rimandi, di false appartenenze, di false identità. Da quell’11 maggio 2005 , divenne il grande impostore, il grande maledetto.
E come si fa a raccontare la vita di un impostore, la vita di un uomo che non ha fatto altro che raccontare bugie al mondo intero? Scrivendo un romanzo senza finzione, una narrazione di pura realtà descrivendo il più dettagliatamente possibile la vita reale di quell’ uomo che aveva reso la sua vita una perfetta finzione. Molto interessante questo ribaltamento di ruoli, il personaggio reale è pura finzione, il romanziere è costretto a scrivere una storia di pura realtà. “ Per raccontare la storia di Eric Marco “ bisognava infilare le dita negli occhi di tutti “, scavare nella realtà e portare a galla la verità, o qualcosa di quanto più vicino possibile alla verità. Ben sapendo comunque che in ogni caso sarebbe stato impossibile scoprire la verità profonda, intima, segreta di Marco, che forse neppure lui conosceva fino in fondo e dalla quale è rifuggito per tutta la vita, alla quale mai si è arreso, e credo, mai si arrenderà. Sfida che per altro Javier Cercas ha saputo raccogliere, essendo un bravo scrittore, interessato a entrare in relazione con le dinamiche dei fatti storici e con la personalità narcisistica di un uomo che questi fatti per molto tempo seppe brillantemente dominare. Interessato a capire fino in fondo la natura di quell’uomo, semplice e complessa, narcisistica e generosa, contraddittoria e insondabile, impenetrabile al di là delle infinite maschere.
Per più di trent’anni Eric Marco si era fatto passare per un deportato nella Germania nazista in quanto prigioniero politico . Si era costruito l’immagine di un uomo eroico, tutto d’un pezzo, votato anima e corpo agli ideali repubblicani , un uomo che aveva sempre saputo schierarsi dalla parte del “ no “, dentro quell’esigua e coraggiosa minoranza chiaroveggente che aveva capito subito da che parte stare, e da quale parte combattere. Un uomo che aveva speso tutta la vita per salvare gli ideali di democrazia, per renderli reali, lottando allo stremo, fino alla morte se fosse stato necessario. Un no ostinato e costante verso ogni forma di dittatura, un no al regime franchista, un no alla dittatura di Hitler, no ad ogni forma di oppressione e ingiustizia sociale. Sempre pronto a battersi per i suoi principi, leale a se stesso e ai suoi compagni, affrontando con coraggio e a testa alta miseria e solitudine, deportazione e campi di concentramento, esilio e torture. Clandestinità. Sempre in prima linea, sempre a capo di qualche organizzazione anarchica nella Spagna di Franco. E poi ancora in Germania, in Francia, era sempre dove c’era bisogno di lui. Ma Eric Marco non è stato un eroe, il valoroso uomo del no. E’ stato invece uno squallido figuro capace di dire spesso sì per salvarsi la pellaccia e costruirsi, come un romanziere, quella vita che non era stato all’altezza di vivere, rendendola eroica e gloriosa là dove c’erano state soltanto desolazione e paura, mediocrità e viltà. L’incredibile è che ci sia riuscito così bene e per così lungo tempo, arrivando a ricoprire cariche di prestigio nella Spagna post Franco, la più clamorosa quella che lo vide presidente della Amical de Mauthausen. Ha saputo dosare perfettamente verità e finzione , riuscendo ad essere credibile e molto amato. Impastando piccole verità con grandissime finzioni in affabulazioni magistrali che sapevano incantare. ” Lui era un’enorme finzione ben incastonata nella realtà.” Un don Chisciotte che non si rassegnò mai a vivere nella mediocrità di quella che era stata la sua vita , che volle vivere, disposto a tutto pur di riuscirci, tutto ciò che non aveva mai vissuto, iniziando a credere alle sue finzioni, facendosi paladino della memoria storica, per educare le nuove generazioni ricordando l’orrore. “ Un bugiardo che dice la verità “ ( Claudio Magris/ Corriere della Sera ), un impostore che fece però conoscere a tutti la realtà delle barbarie del XX secolo ( questa la sua ostinata linea di difesa dopo la disfatta ). Si iscrisse ultracinquantenne all’università, alla facoltà di storia, per riuscire a raccontar meglio le sue bugie, per rifinire la sua impostura arricchendola di dettagli , e commuovere così l’opinione pubblica con le sue continue conferenze in cui parlava di resistenza, di lotta viscerale per la libertà, dell’importanza di ricordare, di non far tacere mai più la Storia. Descrisse accuratamente il campo di concentramento di Flossenburg, dove lui era stato il prigioniero n. 6448, luogo in cui peraltro non aveva mai messo piede negli anni delle deportazioni. Lo visitò molti anni dopo con la moglie, per annotare dettagli che gli potevano tornar utili nelle sue descrizioni, sempre più particolareggiate, specialmente quando i testimoni iniziarono a scomparire per morte naturale e nessuno più avrebbe potuto contraddirlo, sennonchè quel diavolaccio di Benito Bermejo ci mise lo zampino… Quello che affascina è che da un certo punto in poi della sua vita, tutte le sue invenzioni, i suoi finti ruoli, furono vissuti da Marco come veri, si immedesimò a tal punto nelle sue storie, come un perfetto attore appena uscito dalla scuola di Stanislavskij, dominando alla perfezione la tecnica psicotecnica del maestro. E in questa sua invenzione di se stesso, riuscì ad essere quello che non era mai stato. Riuscì ad abbagliare e a rimanere abbagliato. Riuscì a toccare gli animi delle persone, in questa sua forma di narcisismo assoluto riuscì a dimenticarsi di sé per avvicinarsi agli altri, al calore della vita. Partorito una seconda volta e questa volta da se stesso, non più in un manicomio da una madre considerata pazza, ma partorito dalla sua immaginazione, ora era finalmente un eroe, un eroe amato, molto amato, al centro della storia, in una Spagna che faticosamente cercava di affrancarsi dalla memoria del franchismo, che faticosamente cercava di far luce su tutte le possibili cause che avevano reso possibile quella lunghissima dittatura. Fu l’uomo giusto nel momento giusto, incarnò il perfetto uomo kitsch di cui necessitava l’industria della memoria.
Ma chi è il vero impostore in questa complicatissima relazione tra l’autore e il suo personaggio, che in questo caso è un uomo reale con una vita completamente di finzione, una gigantesca farsa, si è domandato Javier Cercas durante i tormentati anni di stesura di questo romanzo. Quel personaggio ancora vivo e vegeto, ultra novantenne, ostinato , nonostante l’inferno che gli si era scatenato intorno da quella primavera del 2005, ostinato a non cedere, a non crollare, a continuare a difendere le sue magnifiche invenzioni, l’opera perfetta di tutta la sua vita. È lui l’impostore? Disposto in ogni istante a chiarire le sue colpe, non sottraendosi a nessuna accusa, rispondendo ad ogni intervista, da mediopatico qual era sempre stato , pur di non essere completamente screditato, purchè il suo personaggio in qualche modo continuasse ad esistere, a vivere di quell’afflato glorioso con cui era stato generato. Con le sue spudorate menzogne aveva offeso la memoria di milioni di morti e reciso per sempre quel patto di fiducia che è a fondamento delle relazioni tra gli uomini. Continuò imperterrito a definirsi il paladino proprio di quella memoria storica, la stessa di cui la Spagna degli anni ’90 aveva sete e necessità, dopo anni di silenzio e oblio, e che lui cavalcò come un picaro imbizzarrito. Oppure il vero impostore è lo scrittore stesso, con tutta la sua presunzione e narcisistica compiacenza di voler decifrare quell’enigma umano, furbo come una volpe e sfuggente come un’anguilla, patteggiando con lui per penetrare in quel labirinto impossibile di finzioni, per inchiodarlo definitivamente alla sua vera verità, alla sua nuda vita, frantumando anche la più piccola bugia con l’evidenza delle prove, restituendolo alla fine a quella che era stata la sua vita reale. “ Per favore, lasciami qualcosa “, lo implorerà Enric Marco. Nascondendo dietro il romanzo la sua stessa impostura, essendo l’inganno del romanziere un inganno consentito, anzi l’unico modo per arrivare alla verità. Eppure annullate le distanze, gli stessi fallimenti, le medesime vulnerabilità e manie di grandezza , cercando di essere sempre qualcosa di diverso da ciò che realmente si è. Inventando continuamente vite che non sono la sua, esattamente come il suo protagonista. Con la stessa spregiudicatezza di Eric Marco, dedicarsi per anni a scrivere un romanzo impossibile, in cui le regole del gioco tra letteratura e vita sono state sovvertite. In cui scrittore e personaggio cercano entrambi, alla fine, di essere salvati , come pure ognuno di noi. Raggiungendo quel punto cieco, attraverso cui si vede tutto, in cui confluiscono tutti i significati. “ Un’oscurità che illumina, un gran silenzio eloquente, un vetro che riflette l’universo, un vuoto che possiede la nostra forma, un enigma la cui soluzione ultima non ha soluzione, un mistero trasparente che tuttavia è impossibile decifrare, e che forse è meglio non decifrare. “
“ Perché la finzione salva, mentre la realtà uccide “.

