Pagine di un diario veneziano. Gli anni delle immagine perdute

Tra i libri ho letto lo scorso anno, ce ne sono stati alcuni davvero molto belli, uno di questi è quello di Valerio Zurlin “ Pagine di un diario veneziano “, ristampato dalla casa editrice Mattioli nel 2022. Il titolo originale era “ Gli anni delle immagini perdute “, con l’introduzione di Vasco Pratolini. Anche questa edizione conserva l’ introduzione di Pratolini, aggiungendo la bellissima prefazione dello scrittore Filippo Tuena. Ed è proprio da questa prefazione che vorrei attingere per iniziare a parlare di questo libro.
“ Più vai avanti con l’età e più si assommano i rimpianti. Siamo modellati dal confine di quel che non abbiamo osato o potuto conoscere. Si cresce per sottrazione, penso o forse, meglio, siamo sempre sul limite delle cose perdute. L’idea sarebbe piaciuta a Zurlini, non perché lo desiderasse, quanto perché, di rimpianti e occasioni mancate, gli era capitato di sommarne in quantità e quando l’ho conosciuto io, nei primi anni ‘70, gli si leggeva in volto il rimpianto per le occasioni non colte e la consapevolezza del poco tempo che gli rimaneva. Non tanto quello per vivere – sarebbe stato d’una decina d’anni – quanto quello per fare film. Con i suoi tempi, ne avrebbe potuti fare un paio. Ne fece uno, Il deserto dei tartari , inseguito a lungo, sognato e meditato e, finalmente, filmato. “.
Il libro uscì postumo, alcuni mesi dopo la scomparsa di Zurlini ed è un po’ il suo testamento artistico, il suo congedo “ laico “, perché vi sono presenti due tra le sue più grandi passioni: il cinema e la pittura. Procede il libro con continui “ flash-back “ narrativi come ci si aspetta da un diario che tenta di riassumere, raccontare e ricordare una vita intera. Un resoconto di un “ appassionato e misurato interprete del proprio tempo “, come scrive Pratolini.
“ Un protagonista discreto “, come lui è stato.
Il diario si apre con la data del 6 novembre 1981. Zurlini si trovava a Venezia, e racconta di un inverno veneziano del 1964, inverno in cui cadde molta neve. Lui abitava allora in Dorsoduro e dai piani superiori del Conservatorio sentiva uscire le note della musica di Benedetto Marcello, di Vivaldi o di Albinoni. È una fortuna riuscire a sentire il “ suono “ di Venezia, questa musica che scivola , aderendo alla laguna e che, insinuandosi tra i canali a pelo d’acqua, penetra in profondità in chi si trova a camminargli accanto. Della fluidità di Venezia così bene ne ha parlato Iosif Brodskij, e mi tornano alla mente alcune frasi di quel gran libro che è “ Fondamenta degli incurabili “: “ un odore è, dopo tutto, una violazione dell’equilibrio su cui si regge l’ossigeno, un invasione di quell’equilibrio da parte di altre sostanze – metano? carbone? zolfo? azoto? Secondo l’intensità di questa invasione, percepiamo un aroma, un odore, un fetore. È una questione di molecole, e la felicità , suppongo, scatta nel momento in cui captiamo allo stato libero gli elementi che compongono il nostro essere. E là, allora, ce n’era un bel numero, in uno stato di libertà totale, e io avevo la sensazione di essere entrato nel mio stesso autoritratto sospeso nell’aria fredda. “
Così mi pare proprio di vederlo – in questo preciso istante – Zurlini passeggiare per Venezia, sospeso tra acqua, suono e pensiero mentre magari si immaginava Giovan Battista Drogo in cammino verso la fortezza Bastiani. Assolutamente assorbito dai suoi ricordi, seguendo la bizzarria della memoria e di quegli anni in cui il cinema era “ guardato con ammirazione e anche con una punta di invidia “. Amicizie che furono veri e propri sodalizi, Cesare Pavese e Vittorio De Sica, Giorgio Morandi e Michelangelo Antonioni, Giacomo Manzù e John Huston, Renato Guttuso e Luchino Visconti.
La bellissima descrizione di Vasco Pratolini e Riccardo Gualino.
I ricordi degli anni della guerra e del dopoguerra, di una Roma “ sporca, cenciosa, testarda di vita “ dove negli sguardi della gente si leggeva ancora la diffidenza. Furono anche gli anni dell’incontro con il teatro, anni di entusiasmo e di anarchia. Ci fu poi Milano, che vestendosi di “ una coltre intima e segreta, riusciva ad occultare le rovine e le ingentiliva misteriosamente, ma Zurlini soffrì – in quella città in cui non riusciva ad adattarsi – di vere crisi depressive.
Le opere d’arte gli furono sempre di gran conforto, spazi, luoghi di pura bellezza, momenti di puro godimento estetico. Di intimo raccoglimento.
L’amicizia con Giorgio Morandi, l’incontro con Lucio Fontana, “ l’amore “ per Pier Paolo Pasolini.
E, ovviamente, finalmente , il cinema: “ Pronti? Silenzio. Motore. Azione. Stop. “
Ci sono pagine bellissime in questo libro. La memoria affida al sentimento, alla qualità di una vita, di mettere ordine tra tutti i ricordi, perché nulla vada perso. Perché le parole seguitino a scavare sul fondo ostinato della malinconia, restituendo la vividezza di ogni incontro, l’autenticità e la determinazione di un cammino.
“ Rimpiango l’entusiasmo che non è rinato, ogni amarezza non vissuta, quando oggi so che anche il dolore è vita: la piena dei sentimenti che danno felicità e tormento, ma non un vuoto sterile e opaco. “

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