Marocco, Romanzo di T.B. Jelloun

” L’Oriente è un’idea, un modo di stare al mondo, di vivere e celebrare i morti, di credere al cielo generoso e agli alberi, l’ossessione di instillare un pizzico di pazzia e di magia nella vita quotidiana, l’abitudine di posare il colore sui colori del clima, sulle anche delle dune, sulla chioma del mare e sugli occhi dei bambini turbolenti ”
Scrittura ombelicale questa di T. B. Jelloun in questo racconto, che in realtà è un viaggio dentro il ” suo ” Marocco. Si fatica a seguirlo, a ripercorrere ogni singola diramazione dalla sua radice primaria, da Fes, fin dentro ogni dettaglio, ogni minimo e sottile pensiero, dentro un colore, un ricordo, un suono, un odore, una città, un marabutto , uno sguardo, in una particolare inclinazione di luce, in una preghiera, in una intuizione, in una notte popolata di sogni, nelle dune, nell’infinito perdersi. Nell’ incomprensibile ed inspiegabile enigma del deserto e della vita. I volti che ci presenta del suo paese sono infiniti e spesso in contraddizione tra loro. Si procede per tentativi, fidandoci di lui il cui intento è guidarci dentro l’anima del Marocco, senza ipocrisia, abbattendo ogni luogo comune e suggerendoci il miglior modo per osservare e penetrare questo paese da sogno.
” Il Marocco non si lascia prendere di fronte: la sua luce è abbacinante, il suo spirito si irradia, fa smarrire il viaggiatore. Bisogna cercare di avvicinarlo di sbieco… Il Marocco non si concede, non si dà. Forse bisogna sorprenderlo nel sonno o quando è insonne, in una notte di luna piena. Il Marocco è un enigma da sedurre con garbo…Bisogna intuirlo, immaginarlo e fare attenzione ad alcuni particolari della vita quotidiana.”
” Il Marocco è presente nei miei pensieri, nei miei scritti, nei miei sogni e anche nei miei incubi, perché è un paese ricco di problemi umani e questa ricchezza è la fonte essenziale del romanzesco. Ecco perché il paese è meraviglioso. Ci offre quotidianamente scene picaresche, irreali, incredibili, patetiche, sublimi o semplicemente crudeli. Quando leggo gli scrittori latino-americani mi sento vicino al loro universo…”
La condivisione di un immaginario fantastico, una delle parti più belle del libro, che mi ha fatto molto riflettere e sentire la ricchezza di un paese che seppur con infiniti problemi e contraddizioni pulsa di vita, di vita propria. L’immaginazione, la capacità ancora di aprirsi al mistero, al non visto, al non sentito, il piacere di sentire ancora la vera anima primitiva di un paese, di ascoltare le sue storie, di ascoltare il suo dialetto, di sedersi ancora con fede sulla linea dell’orizzonte, magari immaginando gli splendidi quadri di Eugène Delacroix o le fotografie di Jean Michel Andrè. ” Le sue foto sono tentativi di essenzialità assoluta, a tal punto che il Marocco è dietro la foto, il visibile non è che un velo, e il paese non è in fondo allo sguardo, ma al di là dello sguardo.” ( pag 9 ) Questo pensiero mi seduce molto, ne subisco il fascino, lo lascio ancora dentro di me a sedimentare mentre seduta sulla linea dell’orizzonte tracciata per me da Tahar Ben Jelloun , fuori dal tempo ordinario, continuando a viaggiare, mi ripeto le parole di William Faulkner trovate qui e ritrovate ancora.

” Ciò che vogliamo dire quando parliamo del cuore del tempo: il dolore e la disperazione delle ossa che si aprono, il duro viluppo che racchiude le interiora violate degli eventi.”

Il viaggio continua.

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